Costermano (VR) 18 aprile 2009
Il medico di Medicina Generale non è solo un dottore in medicina, ma un professionista che si rende disponibile rispetto a possibili obiettivi di salute, nel contesto sociale, culturale e normativo in cui opera. Come tutte le professioni, caratterizzate da un corpo di conoscenze tecniche e da un rapporto stretto con le persone che ne usufruiscono, la Medicina Generale non è perciò definibile in via esclusiva per i suoi contenuti scientifici, né si può esercitare tentandone un meccanico trasferimento sul paziente.
Nel contesto professionale vi sono processi e risultati misurabili e non: quantità e qualità sono quindi due sguardi complementari da tenere insieme per ogni esplorazione o giudizio della pratica. Accanto a parametri misurabili per valutare processi ed esiti attesi, si trovano nella Medicina Generale aspetti che si possono solo descrivere, ma una analisi metodologica e di contenuto è importante. L’ambivalenza e l’intreccio tra ciò che è misurabile e ciò che non lo è rischia altrimenti di negare la consistenza di alcune specificità che caratterizzano la Medicina Generale come disciplina e come professione. Esempi di questa ambivalenza sono la consultazione nel suo impianto relazionale (non fine a se stesso perché la relazione non è un oggetto astratto, ma contestualizzato ai problemi presentati); la soddisfazione, i personali obiettivi di vita e salute del paziente, la capacità del medico di negoziare decisioni e scelte sulla base dei valori messi in gioco da entrambi gli interlocutori, all’interno di una cornice data dal Diritto, dalle scelte istituzionali e dalle compatibilità che ne derivano. Senza dimenticare il valore aggiunto dell’organizzazione e dell’integrazione con altre figure professionali, della continuità assistenziale, che significa non solo conoscenza personale, vicinanza ed empatia, ma anche dare seguito e possibilità di verifica alle decisioni. Si parla in sostanza della qualità degli esiti perseguibili: a volte in parziale conflitto con gli obiettivi clinici, ma talvolta neppure valutabili in termini clinici, quando contano ad esempio la presa in carico, la capacità di capire e valutare, di esserci, di informare, rassicurare, di rimettere il paziente in condizioni di tranquillità e sicurezza. Esiti che se non vanno nel computo di eventi hard quali morbilità e mortalità evitate, nondimeno migliorano le capacità di coping del paziente e consentono spesso di limitare il ricorso ad indagini e provvedimenti inutili, potenzialmente dannosi e anche costosi. Ciò che “non si fa”, così come i “non eventi”, sono difficili da misurare e valorizzare, ma vanno nell’interesse dei pazienti e del sistema sanitario, e hanno molto a che vedere con le qualità e le specificità della Medicina Generale.
Non intendiamo fare un seminario alla ricerca di nuovi “indicatori” di qualità della professione, perché si tratta di aspetti estranei alla logica della misurazione. Ma dopo aver tanto parlato di accountability, è ora di parlare anche dello stile professionale che vi sta a monte, di quei metodi e contenuti della Medicina Generale che rischiano di essere sempre meno valorizzati se non si riesce ad esplicitarli.